“Quote nei cda, non è possibile tornare indietro”

LaRepubblica, 8 marzo 2019

Intervista a cura di Alessandro Grandi

Maurizia Iachino:
“Quote nei cda, non è possibile tornare indietro”

Maurizia Iachino è presidente di Fuori Quota, un gruppo di donne che siedono nei cda delle società quotate, e sostiene la necessità di prorogare la legge Golfo-Mosca, che prevede un terzo di donne nei board delle aziende. «Bisogna fare in modo da non perdere questo buon principio e soprattutto che non si torni indietro. Non ho creato un’impresa, ma dalle idee sono tenuti i progetti. E si lavora perché le persone riescano a dare il meglio di se stesse. Bisogna essere anche un po’ felici no?». 

Presidente iniziamo a dire cos’è la legge Golfo-Mosca?

«La legge, temporanea e valida solo per tre mandati parlamentari, è stata approvata nel 2011 ed è una legge che raccomanda che i consigli di amministrazione delle società quotate e delle partecipate pubbliche, arrivino ad avere almeno il 30 per cento del genere meno rappresentato, che spesso purtroppo coincide con il genere femminile».

La legge ha funzionato?

«Per fortuna, da quel momento le società si sono gradualmente adeguate alle disposizione di legge. Ad oggi, a sette anni dall’introduzione, possiamo dire che l’oggetto è stato molto positivo perché quasi tutti i cda hanno nei loro board anche più delle quote richieste».

Che cosa ha fatto questa legge di importante e perché?

«La Golfo-Mosca ha fatto qualcosa di straordinario, dando spazio anche all’altra metà del cielo. Era assurdo che le decisioni e il potere fossero ad esclusivo appannaggio maschile. Ma non è tutto. La questione non si esaurisce con i cda. Era fondamentale, però, iniziare dall’organo più importante di governo dell’impresa, per poi arrivare ad estendere questa buona prassi nella totalità della gestione delle imprese e perché no, nelle istituzioni»

C’è consenso sulla proroga?

«La Golfo-Mosca è solo un inizio, è basilare, tanto che la proposta di proroga ha ottenuto un appoggio politico trasversale e a breve dovrebbe essere calendarizzata alle Camere. Insomma, indietro non si torna.»

C’è chi si oppone?

«Sì certo. chi si oppone avanza motivazioni del tipo: ormai l’effetto l’ha ottenuto, perché prorogarla? Invece, bisogna sempre andare avanti perché diventi una quesitone culturale e non un mero obbligo di legge.»

Che rischio c’è?

«Abbiamo diversi segnali che alla scadenza dei termini ci saranno probabilmente passi indietro. È possibile, infatti, che si ritorni al passato con una presenza femminile nei cda pari a zero. Come detto è una questione di cultura della società in cui viviamo. E poi, non dimentichiamo che laddove sono entrate nei cda delle donne, sono dovuti uscire degli uomini con una conseguente perdita di potere da parte di questi ultimi.»

Dunque, ancora oggi siamo legati alla parola potere e differenziamo l’uomo dalla donna? 

«Certo. Da sempre il potere è maschile. È normale che chi deve decidere debba avere dei modelli in testa. E questo riguarda anche le persone più illuminate. È quasi una questione di tradizione. Un uomo in un cda è normale, è sicuro. Una donna è vista con più diffidenza. L’equa distribuzione di genere dovrebbe essere la normalità. Non ci si dovrebbe certo stupire. Purtroppo, anche se siamo nel nuovo millennio già da qualche tempo, non è così.»

Ci sono differenze fra i cda attuali e quelli passati? 

«Sì, ci sono molte differenze. Le donne hanno introdotto un modo di lavorare diverso. È cambiata la modalità nel proporre e nel decidere. La vera differenza è che insieme si lavora meglio e si decide meglio. E gusto è un bene per tutti.»

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